Spiagge libere e mare di tutti: una battaglia di legalità

Esposto Riserva Isola Correnti
Secondo Esposto Riserva Isola Correnti
Mal’Aria indistriale 2012
MAL’ARIA INDUSTRIALE 2012
L’ARIA DI SICILIA
Augusta/Melilli/Priolo/Gela e Milazzo
LEGAMBIENTE, “MAL’ARIA INDUSTRIALE”.
Anche quest’anno “Mal’Aria Industriale”, storica campagna di Legambiente sull’inquinamento industriale atmosferico, riporta dati preoccupanti. Nonostante molte fabbriche abbiano chiuso i battenti per via della recessione, quelle rimaste aperte contribuiscono sensibilmente all’inquinamento nel nostro Paese, con sostanze pericolosissime sia per chi vive in prossimità dei poli industriali, sia per chi lavora a stretto contatto con esse.
Queste sostanze sono: polveri sottili (PM10), ossidi di azoto (NOx), ossidi di zolfo (SOx), monossido di carbonio (CO), composti organici volatili non metanici (NMVOC), benzene (C6H6), da un lato; cromo (Cr), mercurio (Hg), piombo (Pb), cadmio (Cd), arsenico (As), nichel (Ni), diossine e furani, idrocarburi policiclici aromatici (IPA), poli-cloro-bifenili (PCB), dall’altro.
Se l’impatto sull’ambiente è disastroso, con più del 75% della vegetazione entro il raggio di 1 km dalle fabbriche andato distrutto negli ultimi anni, anche le conseguenze sulla salute non sono da meno: l’incremento di malattie tumorali nei lavoratori degli stabilimenti e dei loro familiari, infatti, tocca livelli altissimi, con percentuali in alcuni casi superiori al 100% (dal recente studio “SENTIERI” dell’Istituto Superiore di Sanità).
Legambiente ha a cuore la salute dei cittadini e dell’ambiente: per questi motivi si batte da sempre affinchè le emissioni di tali sostanze siano monitorate costantemente, chiedendo anche l’applicazione di tutte le tecnologie disponibili per la loro riduzione.
LE AUTORIZZAZIONI INTEGRATE AMBIENTALI (AIA).
Uno strumento importante per combattere e ridurre l’impatto ambientale è l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), rilasciata dalla Commissione Istruttoria AIA-IPPC.
Un’autorizzazione obbligatoria per tutte le aziende che rientrano nella direttiva IPPC (Integrated Pollution Prevention and Control) per continuare la produzione senza incorrere in sanzioni penali o amministrative, allo scopo di ridurre, controllare e monitorare gli inquinanti prodotti dagli impianti industriali sul territorio nazionale.
Il nostro Paese ha recepito la direttiva europea 96/61/CE con il decreto legislativo 59 del 18 febbraio 2005, con l’obbligo di rilasciare le autorizzazioni agli impianti entro il 30 ottobre 2007 o comunque di adeguarli alla normativa europea. Ma così non è stato. La Commissione europea ha, quindi, avviato nel 2008 una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, sfociata poi in un parere motivato e in un ricorso alla Corte di giustizia europea. Il procedimento si è concluso con una condanna nei confronti del nostro Paese emessa dalla Corte il 31 marzo 2011. L’aggiornamento della normativa in materia è contenuto nel decreto legislativo 29 giugno 2010, n. 128, che ha recepito la direttiva comunitaria 2008/1/CEdel Parlamento Europeo e del Consiglio del 15 gennaio 2008 sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento (IPPC).
Al 22 ottobre 2012 sono 153 i provvedimenti in istruttoria nazionale di rilascio dell’AIA dal Ministero dell’Ambiente. Numerose le centrali termoelettriche (98), pochi gli impianti complessi (31 impianti chimici e 20 raffinerie petrolifere), 1 terminal di rigassificazione, 1 piattaforma per l’estrazione di idrocarburi e l’acciaieria Ilva di Taranto, che aveva ottenuto una prima AIA nell’agosto 2011 attualmente in fase di riesame.
Gli impianti esistenti che non hanno ancora ottenuto l’AIA, e che quindi non rispettano gli standard di esercizio ed emissione previsti dall’Europa, sono 10 impianti chimici, 1 raffineria, 6 centrali termiche e 2 acciaierie. Tra questi, il polo petrolchimico di Gela e l’impianto petrolchimico della Versalis Spa (gruppo ENI) a Priolo, in provincia di Siracusa.
INQUINAMENTO ATMOSFERICO E CONTRIBUTO DELL’INDUSTRIA ITALIANA.
L’inquinamento atmosferico del nostro Paese ha livelli altissimi. Le forme in cui si presenta sono varie, ma la pericolosità è la stessa sia per l’ambiente sia per la collettività. Va ricordato che nel periodo 2001-2010 l’Italia ha superato più volte il valore limite annuale di PM10, e anche la concentrazione di polveri sottili (PM2.5) è andata oltre la soglia massima prevista. Il fenomeno ha interessato le zone dell’Italia settentrionale e in particolare la Pianura Padana.
Se in un primo tempo il problema dell’inquinamento atmosferico si pensava legato allo smog delle città, proveniente in larga misura dagli scarichi delle auto con conseguenze dannose anche per i monumenti, oggi maggiore attenzione è dedicata ai macro e micro-inquinanti emessi dalle industrie.
Riguardo ai primi, troviamo emissioni totali di quasi 3 milioni di tonnellate di monossido di carbonio (CO), circa un milione di tonnellate di ossidi di azoto (NOx), 210 mila tonnellate di ossidi di zolfo (SOx) o le 204 mila tonnellate di PM10 emesse nel 2010. Da non trascurare anche le emissioni di NMVOC, composti organici volatili non metanici, pari a oltre 1 milione di tonnellate e le 7.079 tonnellate di benzene.
A queste emissioni vanno sommate quelle delle sostanze micro-inquinanti, nocive alla pari delle macro anche se rilasciate in quantità più basse. Valori importanti riguardano il piombo, gli IPA e il nichel, rispettivamente con 270 mila, 152 mila e circa 111 mila chilogrammi circa. Arsenico e cromo hanno quantità totali tra i 40-50 mila chilogrammi in atmosfera, mentre le emissioni di cadmio e mercurio non arrivano a 10 mila chilogrammi.
I DATI DEGLI STABILIMENTI SICILIANI.
Legambiente ha realizzato una speciale classifica sull’inquinamento industriale italiano, analizzando i principali macro e micro–inquinanti atmosferici con particolare attenzione ai numeri degli stabilimenti siciliani. I dati al 2010 sono riferiti ai grandi impianti industriali in funzione del Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di inquinanti (European Pollutant Release and Transfer Register) disponibile per la procedura di dichiarazione E-PRTR prevista dalla direttiva IPPC.
Partendo da un’analisi sui macro–inquinanti, la raffineria Esso di Augusta (Siracusa) occupa il 4° posto con 2950 t di ossido di azoto emesse, mentre la raffineria di Gela occupa la 5^ posizione, con un’emissione di 2810 t di NOx nell’aria.
Di seguito, la tabella con i maggiori complessi industriali emettitori di NOx-NO2.
|
COMPLESSO INDUSTRIALE |
NOx – NO2 emissioni in aria – 2010 (t) |
| ILVA S.p.A. Stabilimento di Taranto (TA) |
8.190 |
| CENTRALE TERMOELETTRICA Federico II (BR sud) (BR) |
7.280 |
| Saras Raffinerie Sarde S.P.A. (CG) |
3.450 |
| Centrale Vado Ligure (SV) |
3.080 |
| ESSO ITALIA Raffineria di Augusta (SR) |
2.950 |
| RAFFINERIA DI GELA (CL) |
2.810 |
| CENTRALE TERMOELETTRICA DI MONFALCONE (GO) |
2.790 |
| COLECEM S.P.A. – CEMENTERIA DI GALATINA (LE) |
2.790 |
| CENTRALE TERMOELETTRICA DI FIUME SANTO (SS) |
2.750 |
| CENTRALI TERMOELETTRICHE DI TARANTO (TA) |
2.720 |
| TOTALE EMISSIONI DI NOX-NO2 DA IMPIANTI INDUSTRIALI |
175.931 |
Fonte: elaborazione Legambiente su dati European Pollutant Release and Transfer Register (E-PRTR)
Nella classifica sugli ossidi di zolfo troviamo invece la raffineria di Gela e la raffineria Esso di Augusta ai primi due posti (rispettivamente con 16700 e 8530 t di SOx-SO2 emesse), seguite al 5° e all’8° posto dalla raffineria ISAB Impianti sud di Siracusa (con 6760 t) e dalla raffineria di Milazzo S. C. p. a. (Messina), con 4850 t.
Di seguito, la tabella con i maggiori complessi industraili emettitori di SOx-SO2.
|
COMPLESSO INDUSTRIALE |
SOx – SO2 emissioni in aria – 2010 (t) |
| RAFFINERIA DI GELA (CL) |
16.700 |
| ESSO ITALIA Raffineria di Augusta (SR) |
8.530 |
| ILVA S.P.A. Stabilimento di Taranto (TA) |
7.650 |
| CENTRALE TERMOELETTRICA Federico II (BR sud) (BR) |
6.920 |
| Raffineria ISAB Impianti SUD (SR) |
6.760 |
| Centrale Vado Ligure (SV) |
5.080 |
| CENTRALE TERMOELETTRICA DI FIUME SANTO (SS) |
4.860 |
| Raffineria di Milazzo S.C.p.A. (ME) |
4.850 |
| Raffineria SARPOM di Trecate (NO) |
4.520 |
| RAFFINERIA DI SANNAZZARO DE’ BURGONDI (PV) |
4.460 |
| TOTALE EMISSIONI DI SOX-SO2 DA IMPIANTI INDUSTRIALI |
135.291 |
Riguardo all’emissione di monossido di carbonio, la raffineria di Gela è al penultimo posto con poco più di 2000 t di CO, come si vede dalla tabella.
|
COMPLESSO INDUSTRIALE |
CO emissioni in aria – 2010 (t) |
| ILVA S.P.A. Stabilimento di Taranto (TA) |
172.000 |
| Alcoa Trasformazioni S.r.l. – Stabilimento di Portovesme (CI) |
16.000 |
| SOLVAY CHIMICA ITALIA S.p.A. ROSIGNANO (LI) |
12.400 |
| Stabilimento di Scanzorosciate (BG) |
7.140 |
| LUCCHINI S.P.A. – Stabilimento di Trieste (TS) |
5.730 |
| THYSSENKRUPP ACCIAI SPECIALI TERNI S.P.A. – stabilimento di TERNI (TR) |
3.250 |
| Alcoa Trasformazioni S.r.l. stabilimento di Fusina (VE) |
2.520 |
| Aurubis Italia srl (AV) |
2.480 |
| RAFFINERIA DI GELA (CL) |
2.210 |
| Tampieri Energie srl (RA) |
1.960 |
| TOTALE EMISSIONI DI CO DA IMPIANTI INDUSTRIALI |
268.614 |
Fonte: elaborazione Legambiente su dati European Pollutant Release and Transfer Register (E-PRTR)
Nella classifica sulle emissioni dei composti organici volatili non metanici (NMVOC) c’è molta Sicilia: la raffineria di Milazzo S. C. p. a. (Messina) è al primo posto, mentre al 3°, 4°, 5° e 6° posto troviamo gli stabilimenti di Gela, Siracusa e Augusta. Di seguito, la tabella con i maggiori emettitori di NMVOC.
|
COMPLESSO INDUSTRIALE |
NMVOC emissioni in aria – 2010 (t) |
| Raffineria di Milazzo S.C.p.A. (ME) |
2.830 |
| RAFFINERIA DI SANNAZZARO DE’ BURGONDI (PV) |
2.810 |
| RAFFINERIA DI GELA (CL) |
2.730 |
| Raffineria ISAB Impianti SUD (SR) |
2.390 |
| Raffineria ISAB Impianti Nord (SR) |
2.320 |
| ESSO ITALIA Raffineria di Augusta (SR) |
1.530 |
| AMCOR FLEXIBLES ITALIA SRL – STABILIMENTO DI LUGO DI VICENZA (VI) |
1.310 |
| MELFI PLANT (PZ) |
1.120 |
| SAFTA SPA (PC) |
1.050 |
| SEVEL SPA (CH) |
981 |
| TOTALE EMISSIONI DI NMVOC DA IMPIANTI INDUSTRIALI |
40.247 |
Fonte: elaborazione Legambiente su dati European Pollutant Release and Transfer Register (E-PRTR)
Anche riguardo alle emissioni di benzene la classifica parla siciliano, con ben 7 posizioni su 10 occupate dagli stabilimenti di Gela, Siracusa, Messina e Augusta. Di seguito, la tabella con i maggiori emettitori di benzene.
|
COMPLESSO INDUSTRIALE |
BENZENE emissioni in aria – 2010 (t) |
| RAFFINERIA DI GELA (CL) |
26,5 |
| RAFFINERIA DI SANNAZZARO DE’ BURGONDI (PV) |
25,6 |
| Stabilimento di Priolo (SR) |
24,1 |
| Raffineria ISAB Impianti Nord (SR) |
21,6 |
| Raffineria di Milazzo S.C.p.A. (ME) |
20,1 |
| Raffineria ISAB impianti SUD (SR) |
18,6 |
| SASOL Italy S.P.A. Stabilimento di Augusta (SR) |
15,5 |
| ESSO ITALIANA Raffineria di Augusta (SR) |
13,8 |
| Eni SpA Diviaione Refining & Marketing – Raffineria di Livorno (LI) |
11,8 |
| ITALIANA COKE S.R.L. (SV) |
11,7 |
| TOTALE EMISSIONI DI BENZENE DA IMPIANTI INDUSTRIALI |
289 |
Fonte: elaborazione Legambiente su dati European Pollutant Release and Transfer Register (E-PRTR)
Proseguendo con i micro–inquinanti, riguardo a diossine e furani troviamo al primo posto l’ERG di Siracusa, che da sola rappresenta ben il 62% delle emissioni. A seguire, la tabella con i maggiori emettitori di diossina e furani.
|
COMPLESSO INDUSTRIALE |
Diossine e furani emissioni in aria – 2010 (g) |
| ERG Power Impianti Nord (SR) * vedi nota nella pagina |
123,00 |
| AFV ACCIAIERIE BELTRAME SPA – STABILIMENTO DI VICENZA (VI) |
33,00 |
| ILVA S.P.A. Stabilimento di Taranto (TA) |
15,60 |
| Disterenergia S.p.A. (RA) |
8,08 |
| SYNDIAL SPA STABILIMENTO DI ASSEMINI (CA) |
5,10 |
| Saras Raffinerie Sarde S.P.A. (CA) |
3,20 |
| ALFA ACCIAI SPA (BS) |
1,80 |
| Tenaris Dalmine – Stabilimento di Dalmine (BG) |
1,10 |
| SAN ZENO ACCIAI – DUFERCO SRL BS) |
1,02 |
| THYSSENKRUPP ACCIAI SPECIALI TERNI S.P.A. – stabilimento di TERNI (TR) |
0,88 |
| TOTALE EMISSIONI DI DIOSSINE FURANI DA IMPIANTI INDUSTRIALI |
199,00 |
Fonte: elaborazione Legambiente su dati European Pollutant Release and Transfer Register (E-PRTR)
*N.B. – La Erg con la nota che trascriviamo ci ha comunicato che il dato riportato nel Registro Europeo è errato:
Diossine e Furani: il dato concernente le emissioni del complesso ERG Power Impianti Nord (Melilli – Siracusa) non è corretto in relazione al fatto che il processo produttivo dello stabilimento non può portare all’emissione di queste sostanze. Il dato indicato nella “Dichiarazione E-PRTR” (European Pollutant Release and Transfer Register) riportato nella tabella risulta non corretto ed è stato già oggetto di una comunicazione di errata corrige che ERG Power ha inviato al Ministero dell’Ambiente in data 18/01/2012. In particolare, il dato comunicato da considerare è pari a 0,2 g/a, contro i 122,6 g/a, che porterebbe ERG Power fuori dalla tabella.
Nella classifica sugli Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA) il 2° e 3° posto sono occupati dalla ISAB Energy Impianto e dalla ERG, entrambe di Siracusa.
(Idrocarburi Policiclici Aromatici)
|
COMPLESSO INDUSTRIALE |
IPA emissioni in aria – 2010 (kg) |
| ILVA S.P.A. Stabilimento di Taranto (TA) |
338,00 |
| ISAB ENERGY Impianto IGCC (SR) **vedi nota in ultima pagina |
95,20 |
| ERG Power Impianti Nord (SR) ** |
87,50 |
| STABILIMENTO DI MERGO (AN) |
87,20 |
| LUCCHINI S.P.A. – Stabilimento di Trieste (TS) |
79,50 |
| TOTALE EMISSIONI DI IPA DA IMPIANTI INDUSTRIALI |
687,00 |
Fonte: elaborazione Legambiente su dati European Pollutant Release and Transfer Register (E-PRTR)
Tra gli emettitori di cromo, tre sono gli stabilimenti siciliani che compaiono in classifica, a Siracusa, Gela e Messina.
Classifica dei maggiori complessi industriali emettitori di CROMO
|
COMPLESSO INDUSTRIALE |
CROMO emissioni in aria – 2010 (kg) |
| THYSSENKRUPP ACCIAI SPECIALI TERNI S.P.A. – stabilimento di TERNI (TR) |
968,00 |
| ILVA S.P.A. Stabilimento di Taranto (TA) |
564,00 |
| Centrale Termoelettrica Torrevaldaliga Sud (RM) |
441,00 |
| ISAB ENERGY Impianto IGCC (SR) ** vedi nota in ultima pagina |
401,00 |
| RAFFINERIA DI GELA (CL) |
390,00 |
| IMPIANTO TERMOELETTRICO DI FUSINA (VE) |
256,00 |
| Centrale Termoelettrica di San Filippo del Mela (ME) |
184,00 |
| COGNE ACCIAI SPECIALI S.p.A (Valle d’Aosta) |
170,00 |
| Ilserv srl forno al plasma (TR) |
163,00 |
| Enel Produzione SpA – Centrale di Torrevaldaliga Nord (RM) |
154,00 |
| TOTALE EMISSIONI DI CROMO DA IMPIANTI INDUSTRIALI |
4.490,00 |
Fonte: elaborazione Legambiente su dati European Pollutant Release and Transfer Register (E-PRTR)
Riguardo al mercurio, Gela e Priolo sono presenti in classifica, come mostra la tabella riportata di seguito.
|
COMPLESSO INDUSTRIALE |
MERCURIO emissioni in aria – 2010 (kg) |
| RAFFINERIA DI GELA (CL) |
237,00 |
| THYSSENKRUPP ACCIAI SPECIALI TERNI S.P.A – stabilimento di TERNI (TR) |
182,00 |
| Feralpi Siderurgica S.P.A. (BS) |
101,00 |
| Gruppo Mauro Saviola S.r.l. – unità locale di Sustirente (ex SAMA S.r.l.) (MN) |
81,00 |
| Gruppo Mauro Saviola S.r.l. – unità locale di Viadana (ex SIA S.r.l.) (MN) |
73,00 |
| SYNDIAL S.p.A. (ex EniChem S.p.A.) – Stabilimento di Priolo (SR) |
56,10 |
| ALFA ACCIAI SPA (BR) |
55,40 |
| ACCIAIERIE DI CALVISANO SPA (BR) |
47,70 |
| Acciaieria Valsugana SpA (TN) |
41,30 |
| STABILIMENTO DI PORTO MARGHERA (VE) |
40,40 |
| TOTALE EMISSIONI DI MERCURIO DA IMPIANTI INDUSTRIALI |
1.180,00 |
Fonte: elaborazione Legambiente su dati European Pollutant Release and Transfer Register (E-PRTR)
La raffineria Esso di Augusta è al 3° posto in merito alle emissioni di piombo, con 912,00 kg nell’aria; al 4° nella classifica sulle emissioni di cadmio, con 31,5 kg emessi nell’aria.
Classifica dei maggiori complessi industriali emettitori di PIOMBO
|
COMPLESSO INDUSTRIALE |
Piombo emissioni in aria – 2010 (kg) |
| ILVA S.P.A Stabilimento di Taranto (TA) |
9.020,00 |
| FERRIERE NORD STABILIMENTO DI OSOPPO (UD) |
2.170,00 |
| ESSO ITALIANA Raffineria di Augusta (SR) |
912,00 |
| SIMAR S.P.A. (VE) |
759,00 |
| Gruppo Mauro Saviola S.r.l. – unità locale di Sustinente (ex SAMA S.r.l.) (MN) |
743,00 |
| ECO-BAT S.P.A. STABILIMENTO DI Paderno Dugnano (MI) |
611,00 |
| Ferriere Nord Spa Stabilimento Siderpotenza (PZ) |
584,00 |
| STEFANA – S.P.A. STABILIMENTI DI OSPITALETTO (BS) |
561,00 |
| Gruppo Mauro Saviola S.r.l. – unità locale di Viadana (ex SIA S.r.l.) (MN) |
513,00 |
| MECA LEAD RECYCLING S.P.A. (CZ) |
395,00 |
| TOTALE EMISSIONI DI PIOMBO DA IMPIANTI INDUSTRIALI |
17.900,00 |
Fonte: elaborazione Legambiente su dati European Pollutant Release and Transfer Register (E-PRTR)
Classifica dei maggiori complessi industriali emettitori di CADMIO
|
COMPLESSO INDUSTRIALE |
CADMIO emissioni in aria – 2010 (kg) |
| ILVA S.P.A. Stabilimento di Taranto (TA) |
138 |
| FERRIERE NORD STABILIMENTO DI OSOPPO (UD) |
66 |
| THYSSENKRUPP ACCAI SPECIALI TERNI S.P.A. – Stebilimento di Terni (TR) |
33,1 |
| ESSO ITALIANA Raffineria di Augusta (SR) |
31,5 |
| Gruppo Mauro Saviola S.r.l. – Unità locale di Viadana (ex SIA S.r.l.) (MN) |
22 |
| Gruppo Mauro Saviola S.r.l. – Unità locale di Sistinente (ex SAMA S.r.l.) (MN) |
19 |
| FERRIERA VALSABBIA SPA (BS) |
18,3 |
| Stabilimento di Portovesme (CI) |
18 |
| Strongoli (KR) |
17 |
| COGNE ACCIAI SPECIALI S.p.A. (Valle d’Aosta) |
15,4 |
| TOTALE EMISSIONI DI CADMIO DA IMPIANTI INDUSTRIALI |
443 |
Fonte: elaborazione Legambiente su dati European Pollutant Release and Transfer Register (E-PRTR)
Per concludere, i dati sull’arsenico e sul nichel. In merito al primo, gli stabilimenti di Catania e Gela sono presenti in classifica con 62 e 32 kg di emissioni nell’aria, mentre riguardo alle emissioni di nichel troviamo la raffineria di Milazzo al 2° posto, seguita dalla Isab di Siracusa e dalla raffineria di Gela. Di seguito, le due tabelle con i maggiori emettitori di arsenico e nichel.
Classifica dei maggiori complessi industriali emettitori di ARSENICO
|
COMPLESSO INDUSTRIALE |
ARSENICO emissioni in aria – 2010 (kg) |
| RAFFINERIA SI SANNAZZARO DE’ BURGONDI (PV) |
258 |
| ILVA S.P.A. Stabilimento di Taranto (TA) |
157 |
| ST MICRIELECTRONICS SPA sito di Catania (CT) |
62 |
| Eni SpA Divisione Rfining & Marketing – rRaffineria di Livorno (LI) |
61,1 |
| Enel Produzione S.p.A. Centrale della Spezia “Eugenio Montale” (SP) |
51,4 |
| Saras Raffinerie Sarde S.P.A. (CA) |
51 |
| Centrale Termoelettrica Brindisi (BR) |
42,8 |
| RAFFINERIA DI GELA (CL) |
32 |
| CENTRALI TERMOELETTRICHE DI TARANTO (TA) |
29,2 |
| CENTRALE TERMOELETTRICA Federico II (BR sud) (BR) |
28,7 |
| TOTALE EMISSIONI DI ARSENICO DA IMPIANTI INDUSTRIALI |
881 |
Fonte: elaborazione Legambiente su dati European Pollutant Release and Transfer Register (E-PRTR)
Classifica dei maggiori complessi industriali emettitori di NICHEL
|
COMPLESSO INDUSTRIALE |
NICHEL emissioni in aria – 2010 (kg) |
| Raffineria di Venezia (VE) |
1.590,00 |
| Raffineria di Milazzo S.C.p.a. (ME) |
1.140,00 |
| Raffineria SARPOM di Trecate (NO) |
995,00 |
| ISAB ENERGY Impianto IGCC (SR) ** vedi nota in ultima pagina |
973,00 |
| Saras Raffinerie Sarde S.P.A. (CA) |
909,00 |
| Raffineria ISAB Impianti SUD (SR) |
838,00 |
| RAFFINERUA DI GELA (CL) |
617,00 |
| RAFFINERIA DI SANNAZZARO DE’ BURGONDI (PV) |
616,00 |
| ENI S.P.A. DIVISIONE REFINING & MARKETING RAFFINERIA DI TARANTO (TA) |
608,00 |
| Stabilimento Polimeri Europa di Porto Torres (SS) |
607,00 |
| TOTALE EMISSIONI DI NICKEL DA IMPIANTI INDUSTRIALI |
18.000,00 |
Fonte: elaborazione Legambiente su dati dell’ European Pollutant Release and Transfer Register (E-PRTR)
** N.B. Relativamente ai dati IPA, Cromo e Nichel la Erg ha voluto precisare che essi sono “stimati” sulla base di campagne di rilevamento condotte in condizioni di esercizio degli impianti al massimo carico. Si trascrive la nota della Erg:
IPA (per ISAB Energy ed ERG Power), Cromo e Nichel (solo per ISAB Energy): si evidenzia che tali dati, in considerazione della natura delle sostanze (che non possono essere misurate in maniera continua), sono stati calcolati utilizzando i risultati di campagne di misura puntuali, svolte, come previsto dalle autorizzazioni vigenti, due volte l’anno e nelle condizioni di massimo carico degli impianti; tali valori di concentrazione, ottenuti nelle condizioni di impianto suddette, sono stati considerati, in maniera conservativa, RAPPRESENTATIVI di un intero anno di esercizio. Nell’ottica della massima trasparenza che contraddistingue ERG in tali tematiche, sono stati dichiarati i valori STIMATI secondo le modalità suddetta, frutto di calcoli in cui le ipotesi di fondo, come evidenziato, risultano ampiamente cautelative.
Salvare l’area umida di Mulinello ad Augusta
Augusta, 11 marzo 2013
Legambiente Sicilia ha presentato al Ministero dell’Ambiente le proprie osservazioni contrarie al progetto “Acquisizione aree e realizzazione di nuovi piazzali attrezzati nel Porto Commerciale di Augusta”, che prevede la cementificazione di oltre 300.000 mq dell’area umida del Mulinello, redatto dall’Autorità Portuale ed attualmente in fase di verifica di assoggettabilità alla Valutazione di Impatto Ambientale.
Il progetto è ritenuto da Legambiente inaccettabile per numerose ragioni. Tra le principali di esse:
– L’area oggetto dell’intervento non è, come erroneamente affermato nello Studio preliminare, “relitto inutilizzabile e priva di connotati naturali né antropici”. In realtà si tratta delle saline del Mulinello, note sin dall’antichità, ed il cui valore storico, ambientale e naturalistico è rilevantissimo.
– Essa è un’area umida salmastra compresa nelle Saline del fiume Mulinello e, pur non rientrando nella perimetrazione del SIC/ZPS “Saline di Augusta” (ITA090014), ricade all’interno dell’ “Oasi di protezione e rifugio della fauna selvatica” ricadente nei territori di Augusta e Melilli, D.A. 17 giugno 1999. (G. U. R. S. – 10/Sett/1999 – N. 43). Con i suoi 12ha di salina rappresenta un sito naturalistico le cui valenze sono da ritenersi almeno pari a quelle del SIC/ZPS ITA090014, sebbene si trovi collocata tra un’area industriale-commerciale e un sito storico-archeologico quale l’Hangar per dirigibili di Augusta.
– il progetto così com’è proposto grava e compromette integralmente la Salina sinistra del fiume Mulinello, la colma e cementifica, e preclude definitivamente ad un qualsiasi futuro di tutela e valorizzazione naturalistica.
– I proponenti affermano che l’opera è parte integrante e necessaria del progetto del nuovo terminal container/molo container approvato con decreto di compatibilità ambientale del 2007, e viene quindi presentata come il già previsto e programmato sviluppo ed ampliamento della cosiddetta banchina containers per la quale fu rilasciato parere VIA positivo. Ma, com’è ovvio, la procedura VIA deve essere condotta simultaneamente sull’intero progetto e non è ammesso il suo frazionamento. Inoltre, i decreti VIA hanno una validità di 5 anni entro i quali i progetti devono essere realizzati, pena la decadenza della procedura, ed i lavori per la banchina non sono finora cominciati.
– Si sostiene che tutti gli impatti sono trascurabili ma non si sono considerati quelli sanitari sui lavoratori e sugli abitanti di Augusta il cui centro disterebbe circa 700 metri dalla banchina.
– Non si è neppure valutato il rischio idrogeologico mentre Piano stralcio di bacino per l’Assetto Idrogeologico evidenzia l’area di progetto come quella di esondazione in caso di cedimento della diga Ogliastro
– Non si tiene conto delle interferenze con il limitrofo Parco del Mulinello e con i forti Garcia e Vittoria.
– Sul piano paesaggistico il progetto della banchina containers produrrebbe un forte stravolgimento e farebbe da “cortina”, oscurandoli, ai forti Garcia e Vittoria.
– Il progetto si basa su un’idea di porto commerciale risalente a 60 anni fa, rimaneggiata più volte, che si sta oggi dimostrando palesemente sbagliata e priva dei fondamentali requisiti di sostenibilità economica ed ambientale.
– Il Piano Regolatore Portuale – che contiene il progetto di porto commerciale – è del 1986, mai aggiornato nonostante la legge che istituiva le Autorità Portuali lo prevedesse e mai sottoposto a Valutazione d’Impatto Ambientale.
– L’opera è chiaramente incoerente con le necessità passate, presenti e future del traffico mercantile. La banchina e l’ampliamento vengono giustificati con il “trend” di crescita del traffico container che dovrebbe portare a regime la movimentazione dei containers nel porto commerciale di Augusta a 500.000 teu (twenty equivalent unit – containers da20 piedi). Questa stima, già fatta nel 2004 e che avrebbe dovuto essere raggiunta nel 2013, si è dimostrata del tutto inattendibile. Anche le stime, risalenti al 2006 e che prevedevano un incremento giornaliero di approdi per 2-3 navi, si sono rivelate fallaci.
Alla luce di quanto sopra Legambiente – segnalando la mancata tutela di habitat e perturbazione di specie di intereresse comunitario in violazione delle Direttive Habitat e Uccelli e la violazione dei principi di precauzione e prevenzione – ha chiesto al Ministero dell’Ambiente di rigettare il progetto e di dichiarare nullo il provvedimento VIA rilasciato nel 2007 per la banchina.
Legambiente ritiene poi importante ricordare a tutti – specie in un momento particolarmente delicato per la vita politica, sociale e civile di Augusta – che è indispensabile mantenere vivi i principi di democrazia e partecipazione e che progetti di questa natura e portata non possano e non debbano essere fatti in assenza di un vero ed approfondito confronto con i cittadini di Augusta, i quali hanno diritto a decidere democraticamente quale deve essere l’uso del proprio territorio ed il suo futuro. La partecipazione dei cittadini è imprescindibile anche nell’elaborazione di un Piano Regolatore Portuale che tenga conto degli interessi generali della collettività, a partire da quelli di tutela della salute, dell’ambiente e dei beni monumentali.
Dati scientifici e doc. fotocartografica
Tra le specie vegetali di interesse conservazionistico presenti nel sito si riscontrano Althenia filiformis, Ruppia maritima, Sarcocornis perennis.
Tra le specie ornitiche censite nel sito ben 28 sono quelle incluse nell’Allegato I della Direttiva “Uccelli” 79/409/CEE e ss.mm.ii: Cormorano; Tarabuso; Tarabusino; Nitticora; Sgarza ciuffetto; Garzetta; Airone bianco maggiore; Airone rosso; Mignattaio; Spatola; Fenicottero; Falco di palude; Aquila minore; Falco pescatore; Voltolino; Cavaliere d’Italia; Avocetta; Combattente; Gabbiano corallino; Gabbiano roseo; Gabbiano corso; Beccapesci; Sterna zampenere; Fraticello; Mignattino; Mignattino piombato; Martin pescatore; Pettazzurro. Alcune di queste sono specie rare e poco diffuse come il Fenicottero, la Spatola, il Falco pescatore, il Gabbiano roseo e lo Storno nero.
Tra le specie ornitiche censite nel sito 48 sono le specie di interesse conservazionistico europeo, ovvero SPEC: 38 SPEC3 (specie con status sfavorevole e non concentrate in Europa): Strolaga mezzana; Tarabuso; Tarabusino; Nitticora; Sgarza ciuffetto; Airone rosso; Mignattaio; Fenicottero; Aquila minore; Falco pescatore; Gheppio; Pellegrino; Sacro; Occhione; Pernice di mare; Avocetta; Fratino; Piovanello pancianera; Piro piro piccolo; Piro piro Boschereccio; Chiurlo maggiore; Beccaccia; Frullino; Gabbianello; Sterna zampenere; Mignattino; Mignattino piombato; Fraticello; Sterna maggiore; Martin pescatore; Upupa; Allodola; Cappellaccia; Topino; Rondine; Balestruccio; Culbianco e Storno; 8 SPEC2 (specie con status sfavorevole e concentrate in Europa): Berta maggiore; Spatola; Pavoncella; Pettegola; Pittima reale; Beccapesci; Averla capirossa e Fanello; 2 SPEC1 (specie a rischio globale di estinzione): Grillaio e Gabbiano corso.
Tra le specie ornitiche censite nel sito si contano 9 specie Vulnerabili (VU): Berta maggiore; Sgarza ciuffetto; Airone guardabuoi; Pellegrino; Piro piro piccolo; Gabbiano comune; Gabbiano corallino; Beccapesci; Fraticello; e 12 specie Minacciate (EN): Cormorano; Tarabuso; Volpoca; Falco di palude; Occhione; Beccaccia; Pittima reale; Pettegola; Gabbiano roseo; Sterna zampenere; Mignattino piombato; Mignattino.
Lavori per il porto commerciale, anno 2004
LEGAMBIENTE AUGUSTA
Unesco alla siciliana, i siti in sofferenza della bella Sicilia – dossier 2° edizione
Dossier 2° edizione
UNESCO ALLA SICILIANA
i siti in sofferenza della bella Sicilia
6 marzo 2013
“Non è segnata su nessuna carta:
i luoghi veri non lo sono mai”
Herman Melville, romanziere e poeta
“I siti Unesco della Sicilia rappresentano insieme e unitariamente un “paesaggio culturale” di assoluta rilevanza, che “racconta” una storia antica e unica. Noi siciliani dobbiamo avere la capacità e l’impegno di voler continuare a raccontare questa storia, ma, soprattutto, esserne finalmente all’altezza”: queste erano le ultime parole dell’introduzione al nostro Dossier “UNESCO ALLA SICILIANA” del novembre 2011.
Gianfranco Zanna, direttore regionale di Legambiente Sicilia
Scarica: Dossier Siti Unesco 2^ Edizione
Muos – Niscemi
Osservazioni e proposte in merito alla vicenda del Muos all’interno della Riserva Naturale “Segherata di Niscemi” …
Adesione manifestazione NO MUOS
Relazione finale verificazione MUOS
Dossier 2012 Goletta dei laghi in Sicilia
I laghi siciliani: un tesoro da tutelare, valorizzare e promuovere
Non sono molti i siciliani che conosco i nostri laghi e i nostri bacini artificiali. Tutti ce ne occupiamo solo d’estate, quando non piove e queste riserve acquifere cominciano a scarseggiare. Il rapporto dei siciliani con gli specchi d’acqua è solo e pressoché unicamente di uso e consumo, viviamo questo rapporto da “cittadini”, da chi vive in città, e gli invasi artificiali devono solo dissetarci.
E’ un peccato e un errore che sia così!
Per questo motivo, nel suo settimo anno, abbiamo deciso come Legambiente di portare per la prima volta in Sicilia la nostra Goletta dei Laghi, la campagna di monitoraggio e informazione sullo stato di salute dei laghi. E abbiamo scoperto un mondo nuovo, qualcosa di importante, ricco, che va tutelato, valorizzato e promosso. Abbiamo conosciuto operatori ed esperti che studiano e lavorano, abbiamo trovato emergenze e ritardi (come sempre in Sicilia!) e abbiamo ricordato come spesso la costruzione di una diga abbia segnato la storia e la vita di una comunità, di un pezzo di territorio, di un momento della storia travagliata di noi siciliani.
Siamo, innanzitutto, riusciti a fare, forse (il forse è d’obbligo visto che restano ancora alcune piccole differenze) un censimento di tutti gli specchi d’acqua siciliani con una certa dimensione: almeno superiori ad un ettaro. Non abbiamo rispettato perfettamente il dettato dell’art.74 del D.Lgs. n.152/06, che definisce lago “un corpo idrico superficiale interno fermo” e invaso “un corpo idrico fortemente modificato, corpo lacustre naturale-ampliato o artificiale”, con dimensioni previste differenti. Abbiamo così censito 52 specchi d’acqua, di cui 6 naturali.
I sei naturali sono tutti in ambito di riserve naturali e inseriti in aree di Siti d’Interesse Comunitario e/o in Zone di Protezione Speciale. Hanno quindi una valenza naturalistica elevatissima. In particolare tutelano piante rare e, in alcuni casi, in via d’estinzione, ma soprattutto svolgono un ruolo importantissimo e decisivo nella tutela e conservazione delle specie migratorie di avifauna, che attraversano la nostra regione per andare a svernare in Africa, ma sempre più spesso si fermano da noi in questi magnifici luoghi, o per andare a riprodursi nel resto dell’Europa.
Facciamo sempre troppo poco per le riserve naturali, sempre più spesso alle prese con problemi di bilancio e tagli ai finanziamenti.
Le sei riserve naturali hanno tutte storie diverse, che in parte si evincono dai materiali che qui abbiamo pubblicato. Sicuramente le due aree protette gestite dalle Province Regionali di Caltanissetta, Lago Soprano, e di Messina, Laghi di Ganzirri e Faro, non stanno tanto bene, anzi. E’ finora mancata una vera e attiva azione degli enti gestore. Noi speriamo bene e, magari, questa prima edizione di Goletta dei Laghi in Sicilia li spingerà a svolgere, dopo più di dieci anni, la loro delicata e decisiva funzione, assumendosi le loro responsabilità.
Ben altra storia è quella degli invasi artificiali.
Innanzitutto la loro costruzione è una parte importantissima della storia di tutta la Sicilia. Hanno segnato la nostra vita, non solo perché hanno contribuito in modo decisivo ad alleviare l’atavico problema dell’acqua, del bere o dell’irrigazione dei campi, ma, direi soprattutto, perché parlando di essi significa raccontare di lotte civili e sociali, del movimento contadino, della riforma agraria, dei digiuni di Danilo Dolci, degli scioperi all’incontrario, delle marce di protesta non violenta.
Significa parlare di mafia, del suo prevaricare, sopraffare, ricattare e uccidere.
Noi non vogliamo dimenticare questa storia e vogliamo conservare viva la memoria.
La mafia ha individuato in questi grossi appalti un altro modo per speculare e arricchirsi e per raggiungere questo delinquenziale scopo non si è fermata, come sempre, davanti a nulla.
Molte dighe in Sicilia sono costruite con il sangue di siciliani innocenti morti perche non volevano piegarsi alla violenza mafiosa o perché cercavano di fare luce su quel torbido intreccio di affari, interessi e speculazioni che ruotavano intorno alla costruzione di un invaso.
Qui, in questo primo nostro Dossier, che ha messo insieme notizie e informazioni per cominciare a ragionare e far discutere degli specchi d’acqua siciliani, raccontiamo con le parole di un lontano 1977 di un grande giornalista di cronaca, Mario Francese, le vicende delinquenziali della costruzione della diga Garcia, in provincia di Palermo. La costruzione di questa diga è forse la più sanguinosa e perversa, ma non è purtroppo l’unica.
L’inchiesta sulla diga Garcia è per Mario Francese lo scoop di una vita di giornalista. Dettagliata, circostanziata, piena di riferimenti puntuali, di fatti, di nomi e cognomi, la diga è l’ordito intorno al quale egli tese una trama fitta di personaggi , avvenimenti luoghi, indagini, testimonianze, rapimenti, assassini, appalti, burocrazia, mafia e politica.
Il 26 gennaio 1979, di sera, i killer della mafia aspettarono Mario Francese sotto casa e lo uccisero con cinque pallottole.
Come abbiamo già detto non è la sola vittima caduta per la costruzione della diga Garcia. Quasi sicuramente per la stessa ragione fu ucciso la sera del 20 agosto 1977, a Ficuzza, in provincia di Palermo sulla strada per Corleone, anche il colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, che in quel momento era in compagnia di un suo amico, Filippo Costa, anch’esso trucidato, da un comando di corleonesi guidato da Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina.
La storia degli invasi artificiali in Sicilia è drammaticamente anche questa.
Oggi sono una realtà, anche se, in alcuni casi, non riescono a svolgere a pieno il ruolo per i quali sono stati costruiti, perché mancano le canalizzazioni e l’acqua raccolta non viene distribuita (qui raccontiamo, ad esempio, la pessima gestione della diga Gibbesi); molti non hanno tutte le autorizzazioni e le necessarie verifiche e, dunque, non possono raccogliere tutta l’acqua che potrebbero invasare; altri hanno problemi d’inquinamento che gli enti preposti ai controlli e alla loro gestione fanno finta di non conoscere.
Hanno, però, sempre di più acquisito una valenza naturalistica, luogo di transito e svernamento di molte specie di avifauna. Un aspetto interessante da studiare e valorizzare, per campagne e promozione.
Sono un elemento di arricchimento del paesaggio siciliano, spesso arido e brullo, anche se lo hanno notevolmente modificato. Possono essere un altro elemento attrattivo per un turismo di qualità, naturalistico ed ecosostenibile.
Noi, da oggi, vogliamo cominciare ad occuparci anche di queste realtà, complesse e articolate, ma anche e soprattutto ricche e affascinanti.
Questo nostro nuovo impegno servirà, auspichiamo, a stimolare la Regione Siciliana ad organizzare un’azione coordinata di monitoraggio, salvaguardia e tutela di tutti i nostri specchi d’acqua e si inquadra nella nostra quotidiana azione per valorizzare le bellezze della nostra isola.
di Gianfranco Zanna, direttore regionale di Legambiente Sicilia
Mal’Aria 2012
La cronica malattia di cui soffrono le città italiane, ovvero la pessima qualità dell’aria, non accenna a placarsi. Se da una parte aumentano le città che rispettano i limiti per l’ozono, peggiorano quelle che sono oltre i valori di legge per il biossido di azoto e i superamenti del PM10. Nel 2011, secondo la classifica di Legambiente “PM10 ti tengo d’occhio”, sono state 55 (sulle 82 monitorate) le città che hanno esaurito i 35 superamenti all’anno del limite di legge giornaliero per la protezione umana del PM10. Torino, Milano e Verona sono le prime tre città in classifica, rispettivamente con 158, 131 e 130 superamenti registrati nella centralina peggiore della città. Il numero dei capoluoghi fuorilegge è aumentato rispetto allo scorso anno (erano 47 su 86), ma quello che più preoccupa è l’entità del fenomeno e il numero impressionante di superamenti annuali del limite giornaliero di protezione della salute umana per molte di queste 55 città. Se per ipotesi le città potessero accumulare dei “debiti di emissione”, ovvero utilizzare in anticipo i 35 superamenti concessi ogni anno, Torino non potrebbe più andare oltre i 50 μg/m3 per almeno tre anni e mezzo, Milano e Verona per 2 anni e otto mesi, Alessandria e Monza per 2 anni e mezzo, altre 6 città per oltre due anni. Per non parlare poi delle preoccupanti variazioni da un anno all’altro. In alcune città lo smog ha tolto ai cittadini fino a due mesi di aria respirabile rispetto al 2010, come è successo a Cremona e Verona, casualmente due città dell’area della Pianura Padana, che si conferma ancora una volta l’area più critica, un’area dove solo sei città si salvano dalle polveri fini.
E se diminuiscono le città che hanno superato più di 25 volte il valore giornaliero dell’ozono, ci sono 18 città in cui i superamenti sono stati più del doppio di quelli concessi, e, tra questi, a Lecco, Mantova e Novara addirittura più di tre volte. È in leggera crescita anche il numero di città che non rispettano i limiti del biossido di azoto.
Sarà stata forse colpa del clima meno piovoso rispetto all’anno precedente, ma sicuramente la mancanza di misure strutturali per combattere l’inquinamento e l’assenza del tanto sospirato Piano nazionale di risanamento dell’aria, ovvero la mancanza di una reale terapia di cura, non hanno contribuito a guarire la situazione. Non è servito nemmeno il processo di revisione della rete di monitoraggio previsto dal Decreto 155/2010 (rispetto al quale molte regioni si trovano decisamente indietro), che prevede di considerare solo centraline di fondo e porterebbe in molti casi a ridurre il numero delle centraline, a ridimensionare i numeri dell’inquinamento registrati.
Non possiamo però dare solo la colpa all’assenza di pioggia o al numero ridotto di centraline. Le cause dell’inquinamento atmosferico sono chiare e conosciute da tempo. Sono i processi industriali e di produzione di energia, e in città prevalentemente il traffico veicolare e i riscaldamenti, le principali fonti di emissione di polveri fini, ossidi di azoto, dei precursori dell’ozono e degli altri inquinanti come gli idrocarburi policiclici aromatici o il monossido di carbonio. Ed è su questi settori che bisogna intervenire. Analizzando il dettaglio cittadino delle fonti di emissione, si vede come il contributo del traffico veicolare sia rilevante per le polveri fini (come a Roma, Milano, Palermo e Aosta) e decisamente più netto per gli ossidi di azoto. Un’altra fonte sempre più influente in città è quella dei riscaldamenti, che in alcuni casi supera anche il contributo delle automobili, come ad esempio a Bolzano, Trento, Cagliari. E scendendo nel dettaglio delle emissioni che provengono dalle diverse categorie di veicoli, sono sempre le automobili le peggiori “inquinatrici”, e sebbene sul mercato compaiano modelli di auto sempre più efficienti e alcuni progressi siano stati fatti sulla riduzione degli inquinanti che escono dai tubi di scappamento, non vanno sottovalutate quelle 9mila tonnellate di polveri a livello nazionale che derivano dall’usura degli pneumatici, dei freni e del manto stradale, che in buona parte finiscono nei nostri polmoni.
Se poi consideriamo che le automobili e in generale il trasporto su gomma (che comprende anche veicoli commerciali leggeri e pesanti, autobus, motocicli) sono responsabili del 26% delle emissioni di CO2 in atmosfera in Italia, capiamo quanto sia sempre più importante scegliere modelli il più possibile “eco” (ovvero meno inquinanti) o, ancora meglio, ridurre il numero di veicoli in circolazione.
Per limitare le auto in città servono serie politiche di mobilità sostenibile e di potenziamento del trasporto pubblico locale, ma si deve pensare più seriamente anche al modo di ridurre il flusso del traffico pendolare in entrata. Sono circa 11milioni le persone che ogni giorno si spostano per recarsi al lavoro o ai luoghi di studio, e di questi solo 2,8milioni sceglie il treno. Le pessime condizioni del servizio ferroviario e dei treni sono continuamente peggiorate dai continui tagli delle risorse e dei collegamenti, a cui si aggiungono le difficoltà di muoversi in città una volta usciti dalla stazione, rendono il treno decisamente poco appetibile come mezzo di trasporto. Eppure aumentare di 1000 unità i treni in circolazione, o investire a lungo termine per portare i passeggeri ad almeno 4milioni, porterebbe benefici non solo alla qualità della vita, ridurrebbe anche le congestioni da traffico, e comporterebbe un certo risparmio di emissioni in atmosfera, stimate da Legambiente in una riduzione dal 3,3% al 5,5% di PM10.
Meno auto in città significherebbe anche meno inquinamento acustico. In Europa più di 200milioni di persone sono esposte a livelli gravi o inaccettabili di rumore. Difficile essere più precisi, visto che le attività di valutazione della popolazione esposta sono state fatte in modo praticamente occasionale e non si investe in campagne di monitoraggio continuo, se non relative a problemi localizzati e stagionali, spesso solo in seguito agli esposti dei cittadini esasperati. In Italia infatti le informazioni sull’inquinamento acustico continuano ad essere frammentarie, e questo rende difficile fare una valutazione complessiva. Se si pensa poi che tra i capoluoghi di provincia solo 10 hanno installato centraline fisse per il monitoraggio dell’inquinamento atmosferico in città, e che la percentuale di popolazione che ricade sotto un piano di zonizzazione acustica (lo strumento di base per individuare le aree a rischio e gli interventi) non arriva nemmeno al 50%, pari al 42,9% dei comuni e al 37% del territorio nazionale, abbiamo un quadro decisamente sconfortante di quanto questo problema sia ancora purtroppo molto sottovalutato. Eppure gli impatti sanitari causati da alti livelli di rumore sono ben noti, i cittadini stessi indicano il rumore tra le principali preoccupazioni, e Legambiente ogni anno registra valori di rumore preoccupanti in ogni tappa in cui si ferma con la campagna Treno Verde. Ma a quanto pare tutto questo non basta a far salire l’attenzione e a velocizzare l’adozione degli strumenti legislativi previsti e degli interventi necessari a mitigarne gli effetti da parte delle amministrazioni competenti.
Eppure non c’è sindaco, non c’è amministrazione locale, che non abbia messo ai primi punti del suo programma di governo urbano la gestione e la risoluzione dei problemi legati al traffico. Qualcosa è successo, oggi ogni cittadino ha a disposizione 0,34 metri quadrati di isole pedonali e 3,28 metri quadrati di zone a traffico limitato, numeri pari a zero solo 30 anni fa. Ma sono numeri insufficienti, se poi parallelamente non si investe sui mezzi pubblici, se raddoppia il tasso di motorizzazione e gli abitanti delle città sono cresciuti del 15%.
Al traffico si risponde troppo spesso con interventi occasionali di emergenza, come blocchi del traffico o targhe alterne, che, se portano benefici un giorno, risultano già annullati il giorno dopo. Il blocco del traffico può servire a qualcosa solo se programmato in modo continuo nel tempo, e associato a provvedimenti quali il pedaggio urbano (come la recente introduzione a Milano dell’Area C), l’estensione delle zone 30, delle zone a traffico limitato, delle aree pedonali, delle corsie preferenziali per i mezzi pubblici fino al 75%. Il tutto coordinato a livello nazionale da un Piano di risanamento della qualità dell’aria, che ancora si fa attendere nonostante le dichiarazioni del nuovo Ministero dell’Ambiente. È fondamentale poi intervenire in modo più deciso anche per far rispettare il codice della strada, oggi ampiamente disatteso e ampiamente perdonato, se pensiamo che ogni patentato paga in media solo 33 euro di contravvenzioni l’anno. A questo si devono associare altre misure come ad esempio quelle relative al riscaldamento, che, come abbiamo visto in molte città, contribuisce in maniera sostanziale all’aumento dell’inquinamento dell’aria. Solo in questo modo si possono ottenere reali riduzioni del traffico, delle emissioni d’inquinanti, del rumore, e un parallelo miglioramento della qualità della vita in città. La soluzione è possibile, richiede solo più coraggio da parte degli amministratori, e più responsabilità da parte dei cittadini.
Rapporto cave 2011
Il settore delle attività estrattive è oggi un perfetto indicatore per capire come un Paese è capace di immaginare il proprio futuro. Ossia di come pensa di tenere assieme identità e innovazione, tutela del proprio patrimonio storico culturale e sviluppo economico. Perché è un’ attività che ha accompagnato la storia urbana, riguarda da vicino tanti settori “pesanti” dell’economia – come edilizia e infrastrutture -, incrocia alcuni marchi del Made in Italy nel Mondo, come la ceramica e i materiali pregiati. E interessa fortemente il paesaggio e la qualità dei territori in cui le attività si svolgono, sollecita ragionamenti che riguardano il rapporto con una risorsa non rinnovabile come il suolo e la gestione dei beni comuni. Ma soprattutto oggi in molti Paesi europei si è messa in moto una profonda innovazione che ha permesso di ridisegnarne completamente i profili creando nuove imprese, lavoro in un ambito strategico della green economy. Non esistono infatti più scusanti credibili per non ridurre in maniera significativa il prelievo da cave attraverso il recupero e il riutilizzo degli inerti provenienti dall’edilizia e, attraverso regole trasparenti e una giusta tassazione, ridefinire il rapporto con il territorio di un’ attività che ha un impatto rilevantissimo.
Con questo Rapporto Legambiente vuole fornire un quadro aggiornato della situazione nelle diverse Regioni italiane, per evidenziare problemi e opportunità, ma soprattutto per aprire finalmente i riflettori su un tema di cui troppo poco si parla. Di cave in Italia non si occupa infatti nessun Ministero, né c’è una chiara consapevolezza da parte delle Regioni della rilevanza paesaggistica ed economica del settore. Lo studio è costruito attraverso un questionario inviato alle Regioni ed alle Province competenti, incrociando i dati con studi europei e di settore. Si occupa nello specifico dell’attività di cava, ma non delle miniere o dell’estrazione negli alvei fluviali in quanto vietata dalla maggior parte delle Autorità di Bacino fatta eccezione per specifiche esigenze idrauliche.















Cultura Crea – Invitalia
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