28.01.2026 – Frana di Niscemi. Va immediatamente messa mano al Piano Nazionale per l’Adattamento al Cambiamento Climatico e vanno scelte politiche urbanistiche completamente diverse, a volte così dirompenti da essere inizialmente invise alla popolazione, per garantire una vivibilità sostenibile nel futuro
- data Gennaio 28, 2026
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I drammatici fatti di Niscemi, con la gigantesca frana che ne sta inesorabilmente divorando il versante Ovest, non possono che esser letti come il risultato del combinato disposto tra la condizione geologica dell’area e il modo in cui si è costruito ed urbanizzato nell’area oggi interessata dal fenomeno.
A questa conclusione si arriva intanto osservando quanto accaduto nel passato. Quella porzione dell’abitato collinare di Niscemi fu interessata nel 1790 da una potente frana che obbligò la gente ad abbandonare precipitosamente il quartiere delle Sante Croci con le case e la chiesa che era stata costruita subito dopo il sisma del 1693.
La descrizione della frana di allora, condita dal racconto delle esalazioni sulfuree, delle paure ancestrali, dei rumori e dei sinistri boati ci descrive perfettamente un andamento identico a quello odierno.
Stessa cosa nel 1997, il 12 ottobre di quell’anno, infatti, Niscemi dovette precipitosamente scappare dal suo ciglio occidentale perché la terra si aprì e grandi porzioni dell’abitato dei quartieri di Sante Croci, Pirillo e Canalicchio, vennero interessati da un potente movimento franoso.
Nel 1997 il fenomeni finì per decretare l’abbandono di ben 48 edifici e la demolizione degli stessi e della chiesa delle Sante Croci che la frana aveva letteralmente tagliato in due dall’alto in basso. Niscemi dovette da un lato cambiare la sua urbanistica e dall’altro, purtroppo, attendere anni ed anni per i ristori a chi venne colpito dall’evento.
Quella di oggi è la terza edizione della stessa identica fenomenologia: una frana di rotazione innescata dal sistema geologico su cui poggia l’abitato niscemese. Qui, infatti, uno spesso strato di roccia arenacea, costituita da sabbie recenti plio e pleistoceniche, con comportamento rigido, poggia direttamente su strati argillosi a comportamento plastico ed impermeabile. In occasione di copiose piogge, l’acqua penetrata nello strato arenaceo permeabile finisce per creare lungo la linea di contatto con le argille una sorta di superficie di scorrimento lubrificata e, quindi, per gravità vedere scivolare verso il basso intere porzioni degli strati di roccia arenacea sovrastante. Il movimento è tale che la coltre rocciosa scende in molti casi rimanendo intera, tant’è che si può osservare come quello che era posato sulla superficie superiore del banco roccioso, auto, furgoni, pavimentazioni, oggetti vari, sia rimasto fermo ma una ventina di metri più in basso.
Probabilmente il movimento franoso verificatosi oggi è ancor più vasto di quello del 1997 ed infatti l’area sin qui interdetta si estende ad una larga fetta dell’abitato comprendendo persino un istituto scolastico.
Bisogna però ribadire alcune cose che rendono l’evento quasi prototipale rispetto a come l’acuirsi del cambiamento climatico possa rendere instabile la nostra isola.
L’area di cui si parla è inserita nel PAI della Regione Siciliana come Rischio geomorfologico 3 e 4 che sono i massimi gradi di rischio, quelli, cioè, che dovrebbero indicarci la necessità di intervenire per mitigare quanto più possibile la possibilità del rischio stesso. Lì, invece, al di là di quanto era stato fatto nei secoli passati, la città ha continuato ad abitare ed usare sino ai lembi più esposti del ciglio del colle. Le attività umane hanno cambiato il modo in cui le acque meteoriche entrano in contatto con la roccia sottostante, le case si sono affastellate lungo un versante praticamente in “certezza di frana”.
La situazione di Niscemi è grave ma rappresenta quello che pare essere il destino del Bel Paese, in cui, se ne rese conto Leonardo Da Vinci quando scrisse: “Li monti sono disfacti dalle piogge e dalli fiumi, L’acqua riempie le valli, e vorrebbe ridurre la terra in perfetta sfericità, s’ella potessi…”, la pericolosità e la rischiosità geomorfologiche e idrogeologiche sono il contraltare della bellezza montana del paesaggio.
In poco più di un secolo, l’Italia ha subito 17.000 gravi frane in 14.000 luoghi e con quasi 6000 vittime dirette. Diversi sono i paesi e le porzioni di abitati abbandonati a causa dei movimenti franosi e l’instabilità del sistema italiano rappresenta di gran lunga la principale emergenza idrogeologica dell’intera Europa. Tutto questo viene ad essere acuito, ed in maggior modo in Sicilia, a causa degli effetti del cambiamento climatico che, nella sola nostra isola ci ha colpito con 48 eventi meteo estremi nel solo 2025 tutti seguiti da danni importanti alle infrastrutture pubbliche e private.
Va immediatamente messa mano al Piano Nazionale per l’Adattamento al Cambiamento Climatico e vanno scelte politiche urbanistiche completamente diverse, a volte così dirompenti da essere inizialmente invise alla popolazione, per garantire una vivibilità sostenibile nel futuro.
A Niscemi come sulla costa ionica non possiamo immaginare che si possa ricostruire come prima e, come chiedono alcuni, più di prima.
28.01.2026 – GIORNATA MONDIALE DELLE ZONE UMIDE. Accendiamo i riflettori sullo stato degli ecosistemi acquatici e chiediamo una più rigorosa tutela. 30 gennaio – 3 febbraio 2026
- data Gennaio 28, 2026
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La GIORNATA MONDIALE DELLE ZONE UMIDE celebra la firma della Convenzione di Ramsar sulle zone umide di importanza internazionale, avvenuta il 2 febbraio 1971, il primo vero trattato globale sulla conservazione e la gestione sostenibile degli ecosistemi naturali. Gli ecosistemi acquatici sono infatti ambienti di straordinaria importanza:
Leggi tutto»23.01.2026 – Erosione costiera e cementificazione: Legambiente Sicilia chiede un cambio di rotta dopo i gravi danni causati dalla tempesta Harry. Legambiente Sicilia: “La crisi climatica amplifica problemi noti e irrisolti. Serve fermare il consumo di suolo e puntare sulla rinaturalizzazione delle coste”
- data Gennaio 23, 2026
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I gravi danni registrati lungo le coste siciliane, in seguito al passaggio della tempesta Harry, riportano drammaticamente all’attenzione pubblica un problema da tempo denunciato da Legambiente Sicilia: la crisi climatica che ha il suo epicentro nel Mediterraneo — hotspot del cambiamento climatico — e che purtroppo sta scivolando su un piano sempre più inclinato. Gli effetti di questa crisi sono aggravati dalla fragilità dei nostri territori, frutto anche di scelte urbanistiche scellerate, interventi infrastrutturali sciagurati, abusi edilizi spesso incontrastati, quando non addirittura incoraggiati, e obblighi amministrativi aggirati.
Leggi tutto»22.01.2026 – Legambiente Sicilia: no alla “Fiera Avicola” ai Cantieri Culturali della Zisa
- data Gennaio 22, 2026
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Legambiente Sicilia esprime la propria netta contrarietà allo svolgimento della cosiddetta “Fiera Avicola” presso i Cantieri Culturali della Zisa di Palermo, uno spazio pubblico nato per ospitare attività culturali, artistiche, educative e sociali, e divenuto negli anni un simbolo di rigenerazione urbana e partecipazione civica.
Leggi tutto»08.01.2026 – Giustizia: “Respingere una riforma che nulla ha a che vedere col funzionamento della giustizia ma che invece punta ad assoggettare la magistratura alla politica”. Oggi conferenza stampa del comitato regionale della società civile per il No
- data Gennaio 08, 2026
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30.12.2025 – Il bilancio finale dell’Osservatorio Città Clima di Legambiente 376 gli eventi meteo estremi registrati nel 2025 nella Penisola. La Sicilia è la seconda regione più colpita, con 45 eventi tra allagamenti, danni da vento, frane, ondate di calore ed emergenza siccità.
- data Dicembre 30, 2025
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In Italia anche nel 2025 la crisi climatica lascia il segno, e lo fa in maniera sempre più profonda. A parlar chiaro è l’amaro bilancio di fine anno tracciato dell’Osservatorio Città Clima di Legambiente e realizzato in collaborazione con il Gruppo Unipol. Nella Penisola nel 2025, aumentano gli eventi meteo estremi arrivando a quota 376, con +5,9% rispetto al 2024. Il 2025 diventa, così, il secondo anno con più eventi meteo registrati in Italia, negli ultimi 11 anni, dopo il 2023 (quest’ultimo segnato da 383 eventi meteo estremi). Allagamenti da piogge intense (139), danni da vento (86) ed esondazioni fluviali (37) sono i principali fenomeni che si sono abbattuti di più nel corso dell’anno. Preoccupa anche il forte aumento dei casi legati a temperature record, +94% rispetto allo scorso anno, quello delle frane da piogge intense, +42%, e danni da vento, +28,3%. Gli effetti della crisi climatica si ripercuotono anche sui territori: nel 2025 ad essere il più colpito è stato soprattutto il Nord Italia, seguito da Sud e Centro. Tra le città, Genova (12 eventi meteo estremi), Milano (7) e Palermo (7). A livello regionale, le regioni ad aver subito gli impatti maggiori degli eventi meteo estremi sono state: Lombardia, con 50 casi, Sicilia, 45, e la Toscana con 41. A livello provinciale, Genova con 16 eventi meteo estremi, seguita dalla provincia di Messina e Torino con 12, Firenze e Treviso con 11, Milano con 10, Como, Lecce, Massa Carrara e Palermo con 9. Preoccupano anche i danni che gli eventi meteo estremi stanno causando sui trasporti: 24 quelli che nel 2025 hanno provocato danni e ritardi a treni e trasporto pubblico locale nella Penisola. Interruzioni e sospensioni causate non solo da piogge intense, allagamenti e frane dovute a intense precipitazioni, ma anche dalle temperature record e dalle forti raffiche di vento.
Una fotografia preoccupante quella scattata dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente che mette in evidenza quanto la crisi climatica stia accelerando il passo anche in Italia causando danni, rendendo il territorio più fragile, e mettendo in pericolo anche la vita delle persone. La Penisola, denuncia Legambiente, paga lo scotto di azioni di adattamento sporadiche e non coordinate, prive di multi settorialità e di un approccio multilivello. Ciò avviene in un contesto in cui i danni subiti nel Paese da ondate di calore, siccità e alluvioni nel 2025, secondo un recente studio dell’Università di Mannheim, ammontano a 11,9 miliardi di euro e in futuro, con una proiezione al 2029, saliranno a 34,2 miliardi di euro. Per evitare ciò è fondamentale avviare una governance nazionale, attuare il PNACC, approvato a fine 2023, stanziando le risorse economiche necessarie che ancora oggi mancano per “dare gambe” alle 361 misure da adottare su scala nazionale e regionale. Ad oggi la sua mancata attuazione rallenta a cascata la redazione di Piani locali di adattamento al clima. Altrettanto urgente è istituire con decreto l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, composto dai rappresentanti delle Regioni e degli Enti locali per l’individuazione delle priorità territoriali e settoriali e per il monitoraggio dell’efficacia delle azioni di adattamento.
“Ancora una volta l’Italia – commenta Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – si è fatta trovare impreparata di fronte a una crisi climatica che è una dura realtà sul territorio nazionale da molti anni. Le immagini di quanto accaduto in diverse regioni, dalle alluvioni alla grande siccità, parlano da sole. E a pagarne lo scotto sono come sempre i cittadini, i territori, le imprese e più in generale l’economia del Paese. Continuiamo a riconcorrere le emergenze, invece che lavorare su piani di mitigazione e di adattamento e prevenzione. Al Governo Meloni chiediamo di mettere la crisi climatica al centro della sua agenda politica, attivandosi per lo stanziamento delle risorse necessarie per attuare al più presto il PNACC, che ad oggi resta purtroppo un piano sulla carta, che sono mancate anche nella legge di bilancio in approvazione; approvando il prima possibile una legge contro il consumo di suolo, che non si combatte fermando il fotovoltaico a terra ma vietando poli logistici, data center, nuove infrastrutture stradali, aree residenziali o produttive sui suoli agricoli; istituendo l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Non sono più ammessi ritardi”.
SICCITÀ: Il 2025 è stato un anno segnato anche dall’emergenza ormai cronica della siccità. Ad essere più colpito soprattutto il Sud Italia, in particolare il Nord della Sardegna, la Puglia e la Sicilia. In particolare, in Sardegna nella Nurra le aziende agricole sono state costrette a rinunciare a molte colture, compromettendo la produzione alimentare e generando forti ripercussioni economiche. Drammatica la situazione per gli allevamenti, con gli animali che hanno rischiato di restare senz’acqua per abbeverarsi visto il prosciugamento dei pozzi. Le aziende del settore sono state costrette ad acquistare l’acqua a costi insostenibili. A settembre, in Sicilia, i 12 sindaci del comprensorio irriguo di Ribera (Ribera, Alessandria della Rocca, Bivona, Burgio, Caltabellotta, Calamonaci, Cattolica Eraclea, Cianciana, Montallegro, Lucca Sicula, Santo Stefano Quisquina e Villafranca Sicula) hanno chiesto la terza irrigazione di soccorso, per provare a salvare le coltivazioni, in particolare dei frutteti di qualità della zona, dalle arance alle pesche. In Puglia, la Giunta comunale di San Severo (FG) ha deliberato la richiesta di dichiarazione di stato di calamità naturale a causa della prolungata siccità e delle alte temperature che hanno colpito tutta la Capitanata.
Caldo record in Europa: Altro alert rosso le alte temperature. Secondo i recenti dati del Copernicus Climate Change Service è praticamente certo che il 2025 sarà il secondo anno più caldo mai registrato, a pari merito con il 2023, dietro solo al 2024. Secondo il set di dati analizzati (ERA5), è probabile che la temperatura media globale per il periodo 2023-2025 superi 1,5°C, il che rappresenterebbe la prima media triennale a registrare il superamento del limite stabilito dagli Accordi di Parigi. In Europa il caldo record ha segnato l’intera estate. Secondo uno studio condotto da Imperial College London e London School of Hygiene & Tropical Medicine, il cambiamento climatico ha intensificato le temperature estive in tutto il continente europeo e causato 16.500 decessi in più rispetto a un’estate “normale” senza aumento delle temperature causato dalle attività umane.
18.12.2025 – Pendolaria focus sulla Sicilia. Il ponte sullo stretto un pozzo (dei desideri) senza fondo che drena gli investimenti per le vere priorità per il trasporto pubblico regionale e locale. Scelte infrastrutturali sbilanciate: al Ponte sullo Stretto destinati 15 miliardi di euro per poco più di 3 km, mentre con un terzo di quella cifra sono in realizzazione 250 km di nuove linee tranviarie. I paradossi dei nuovi treni che usurano le rotaie mettendo a rischio la sicurezza
- data Dicembre 19, 2025
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“Mentre sono stati destinati 1,2 miliardi dal Fondo di Sviluppo e Coesione per la realizzazione del Ponte sullo Stretto, in Sicilia restano aperte ferite storiche come la Catania–Caltagirone–Gela, interrotta dal 2011, e la Palermo–Trapani via Milo, chiusa dal 2013: collegamenti ferroviari fondamentali fermi da oltre un decennio. Il governo, invece, si ostina a voler realizzare un’opera inutile, ambientalmente insostenibile, sonoramente bocciata dalla Corte dei Conti e oltremodo costosa. Un pozzo (dei desideri) senza fondo, che drena risorse e investimenti destinati alle vere priorità del trasporto pubblico regionale e locale: con un terzo dei 15 miliardi di euro previsti per la costruzione di poco più di tre chilometri di ponte, si stanno realizzando 250 chilometri di tranvie in undici città italiane. Nel 20° Rapporto Pendolaria di Legambiente – dichiara Tommaso Castronovo, presidente di Legambiente Sicilia – emergono numerose criticità e persino paradossi, come nel caso della linea Siracusa–Ragusa–Caltanissetta, dove le rotaie si usurano al passaggio dei nuovi convogli, mettendo a rischio la sicurezza. Continuare a rinviare o a definanziare gli investimenti nel trasporto su ferro, come sta avvenendo con le più recenti scelte sulla legge di bilancio, significa scaricare i costi della mobilità sulle persone, non solo economici, ma anche ambientali e sanitari.”
Leggi tutto»06.12.2025 – “Non esiste certezza su tempi, dimensioni o efficacia degli impianti”. Anche la Corte dei Conti boccia gli inceneritori. Legambiente: “Al presidente Schifani chiediamo di seguire le indicazioni puntuali della Corte dei conti e di riscrivere il piano rifiuti nel pieno rispetto della gerarchia della gestione dei rifiuti, della tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini”
- data Dicembre 06, 2025
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“Gli inceneritori non bastano a garantire una gestione sostenibile, visto che non esiste certezza su tempi, dimensioni o efficacia degli impianti. Il rischio è che diventino soltanto un costo aggiuntivo per cittadini e Comuni, con scarti ancora da smaltire ed emissioni ambientali da gestire senza un piano credibile. A dirlo non è Legambiente, ma la Corte dei Conti, che mette nero su bianco quello che noi sosteniamo da anni”.
Leggi tutto»03.12.2025 – Presentato all’ARS l’emendamento voluto da Legambiente e Anci per il rifinanziamento del Fondo regionale per le demolizion
- data Dicembre 03, 2025
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Portare a 5 milioni di euro lo stanziamento del Fondo di rotazione regionale per l’abbattimento degli immobili abusivi a disposizione del Comuni siciliani. Questo il contenuto dell’emendamento voluto da Legambiente e Anci alla manovra finanziaria attualmente in discussione all’ARS e presentato questa mattina in una conferenza stampa alla presenza di Tommaso Castronovo, presidente di Legambiente Sicilia, Mario Alvano, segretario generale di Anci Sicilia, Cristina Ciminnisi, deputata del M5s, e Valentina Chinnici, deputata del Pd.
“Abbiamo chiesto ai deputati e alle deputate regionali di presentare questo emendamento e abbiamo trovato piena collaborazione da parte del gruppo del Movimento 5 stelle, rappresentato dall’On. Cristina Ciminnisi, firmataria dell’emendamento, e del gruppo del PD, guidato dall’on. Valentina Chinnici – ha spiegato Tommaso Castronovo – presidente di Legambiente Sicilia -. Ci auguriamo che questa iniziativa ottenga tutto il supporto possibile, anche da parte della maggioranza di governo, perché la tutela dell’ambiente e il rilancio del nostro territorio in termini di legalità, economia virtuosa e bellezza, non siano solo parole di circostanza, ma il frutto di azioni concrete al centro dell’impegno di tutta la politica siciliana, che può dimostrare così di essere una classe dirigente responsabile e attenta allo sviluppo virtuoso della nostra regione, soprattutto in un momento in cui al parlamento nazionale si avanzano idee di nuovi condoni edilizi”.
“Anci Sicilia in maniera convinta sostiene questa iniziativa legislativa come primo elemento in un percorso che consente ai Comuni siciliani di avviare la lotta all’abusivismo edilizio”. Così il presidente e il segretario generale di Anci Sicilia, Paolo Amenta e Mario Emanuele Alvano, durante la conferenza stampa sulla lotta all’abusivismo edilizio. “La disponibilità dei fondi è il prerequisito ma l’auspicio è quello che si possa immaginare un percorso ampiamente condiviso da tutte le forze politiche rappresentate nel Parlamento siciliano e dal governo regionale, che possa portare ad una programmazione e ad un’azione coordinata tra tutte le istituzioni interessate”, hanno aggiunto a proposito dell’emendamento proposto da Legambiente e Anci Sicilia nel disegno di legge di Stabilità regionale, per chiedere maggiori risorse a disposizione dei Comuni per l’abbattimento degli immobili abusivi. “Qualcuno ancora fa finta di non capire che i Comuni sono il braccio operativo dello sviluppo della Sicilia – ha sottolineato il presidente Amenta -. Per le demolizioni degli immobili abusivi sono necessari i fondi regionali e nazionali”.
Dall’ultimo studio di Legambiente, emerge che in Sicilia il tasso di demolizione, ossia il rapporto tra ordinanze emesse e abbattimenti realizzati nei Comuni, è fermo al 19%. Per contro, i reati legati al ciclo illegale del cemento accertati nel 2024 e censiti nel rapporto Ecomafia redatto dall’associazione sono stati 1.183, ossia una media di oltre 3 al giorno. Abbattere gli abusi edilizi, ricorda Legambiente, oltre che liberare le nostre spiagge dallo sfregio di decenni di edilizia illegale, significa anche scongiurare la realizzazione di nuovi abusi.
Nello specifico, l’emendamento alla legge di bilancio, propone di aumentare di 4,5 milioni di euro il Fondo regionale di rotazione per le demolizioni (attualmente di 500mila euro), istituito dall’art. 71 della legge regionale 15 aprile 2021, n.9 per l’esercizio finanziario 2026, arrivando a una somma che possa garantire la demolizione di almeno 180 immobili di medie dimensioni e il relativo ripristino dei luoghi in un anno.
01.12.2025 – Corteo No Ponte, Legambiente: “Smascherato il grande bluff del Ponte sullo Stretto di Messina. Schifani e Occhiuto ritirino il sostegno al Ponte sullo Stretto di Messina, sono altre le priorità”. Il commento dei presidenti di Legambiente Calabria e Sicilia, Anna Parretta e Tommaso Castronovo
- data Dicembre 01, 2025
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Da anni, attraverso il rapporto Pendolaria, Legambiente denuncia come il Ponte sullo Stretto di Messina rappresenti un grande bluff: un’opera inutile, costosa e dannosa, che distoglie risorse e attenzione dalle vere urgenze del Sud, a partire dal potenziamento del sistema di trasporti ferroviari regionali e locali e per velocizzare e migliorare l’attraversamento dinamico dello Stretto.
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